Scambio Barbie con Commander (ovvero il GENDER prima del comma 16)

Io quella volta barattai una Barbie per Commander dei Transformer.
Era il 1986 e nessuno me l’aveva suggerito!  🙂 😛

 

transformer

Il tema è caldo e lo hanno ribattezzato TEORIA GENDER. E nasce con il DDL Buona scuola (un nome simpatico che si vende bene! 😛 ) che lo introduce nelle scuole come parte dell’offerta formativa in questo famigerato COMMA 16.

16. Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunita’ promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parita’ tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all’articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 93 del 2013″ (per tutta sta pappardella guardate il fondo del post! 😀  )

Ma dov’è che dice Gender? io non vedo nulla! 😮

Se invece che mangiarsi certe mozzarelle di BUFALA (c’è un gran casino in rete!),  leggiamo il DDL (io me lo sono letta tutto ….e a dire il vero ci sono altri punti che varrebbe la pena analizzare, ma sono “solo” economici! 😦 ) ci accorgiamo che il comma 16 non riporta concetti particolarmente sconvolgenti.

ANZI! TUTTE LE PERSONE DI BUON SENSO CONCORDANO!
Chi mai è favorevole alla violenza, in qualunque forma si esprima?
Chi si professa contrario alle pari opportunità,
intesa come possibilità di accedere alle stesse offerte formative, sociali e di lavoro
e non solo di donne, ma anche di ceti sociali diversi ed età diverse?

identitasessualeIl problema non è nelle parole del comma 16 quanto nei testi cui esso fa riferimento (che mi hanno costretto a una specie di caccia al tesoro tra rimandi e commi e testi coordinati….e tutta sta fatica non mi fa nemmeno buttare giù quei chiletti in più sulla pancia! 😦 ) , che in maniera più esplicita invece utilizzano le parole “orientamento sessuale”, “rappresentazione del ruolo”, “identità di genere”.

Eccolo qui il nocciolo. Queste sono le parole utilizzate dagli psicologi per trattare il tema dell’IDENTITA SESSUALE (da qui il nome di TEORIA GENDER in una specie di infelice anglo-italiano). Un fatto strettamente personale e molto delicato. Che come tale dev’essere trattato, non certo dato in pasto alle aule attraverso un articoletto di decreto.

Perché nella scuola abbiamo un chiaro esempio di come una materia molto più facilmente trasferibile con dati oggettivi, come l‘insegnamento della STORIA, possa esercitare un condizionamento sulle generazioni di discenti, semplicemente omettendo parti di essa o enfatizzandone altri (pensiamo alle mistificazioni condotte sui nativi d’America o d’Australia…o di altri popoli!).

Immaginiamo su un tema decisamente più delicato, in una fase di crescita, il condizionamento a cui possono essere esposti i bimbi se il tema viene trattato collettivamente, anziché rispettando ogni sfumatura personale (e tralasciamo il fatto che ci possano essere docenti indegni di questo nome, come purtroppo talvolta accade! aaaaargh!!! ).

famiglia

e chi trae conclusioni affrettate su quante femmine ci sono in questa foto guardando capelli o gonne …è un discriminatore! 😀 😀 😀

Per questo ritengo semplicemente che sia LA FAMIGLIA il contenitore più adatto dove approfondire la tematica di IDENTITA DI GENERE, eventualmente affiancata da professionisti offerti dalla scuola attraverso le figure di psicologi già presenti negli sportelli dedicati, nel pieno rispetto delle esigenze personali (e non collettive!!!) del fanciullo/a.

Non vedo quindi perché la scuola debba vincolare la sua offerta formativa OBBLIGATORIA a educare su un argomento che esula dall’insegnamento delle materie umanistiche, artistiche, scientifiche, professionali per cui è nata, accaparrandosi maldestramente il compito di genitore (a meno di non voler passare per I FASCISTI che nel 1929 resero obbligatoria l’ora di religione, poi giustamente passata a facoltativa e ovviamente nemmeno lontanamente sfiorata nel DDL, in quanto è il Catechismo la giusta occasione per avvicinarsi alla religione cristiana.  E lo dice una cattolica convinta.)

Riprendendo l’inizio, per quanto riguarda i concetti di pari opportunità (non solo femminile), rispetto (non solo femminile) e contrasto alla violenza (non solo contro le donne) avanzati dall’articolo, mi aspetto che essi siano trasmessi con il comportamento quotidiano di maestri e personale didattico, non certo in virtù di un DDL (altrimenti..semo a posto, ciò!).

Quindi concludendo:
da un lato INUTILE, dall’altro PREVARICATORE, il comma 16 non funziona!

 

 

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RIFERIMENTI

DECRETO-LEGGE 14 agosto 2013, n. 93 (convertito con modificazioni dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119)
2. Il Piano (quale? leggi il documento di Intesa sul Piano 7 maggio 2015 a pagina 18: Educazione), con l’obiettivo di garantire azioni omogenee nel territorio nazionale, persegue le seguenti finalita’:
a) prevenire il fenomeno della violenza contro le donne attraverso l’informazione e la sensibilizzazione della collettivita’, rafforzando la consapevolezza degli uomini e dei ragazzi nel processo di eliminazione della violenza contro le donne e nella soluzione dei conflitti nei rapporti interpersonali;
b) sensibilizzare gli operatori dei settori dei media per la realizzazione di una comunicazione e informazione, anche commerciale, rispettosa della rappresentazione di genere e, in particolare, della figura femminile anche attraverso l’adozione di codici di autoregolamentazione da parte degli operatori medesimi;
c) promuovere un’adeguata formazione del personale della scuola alla relazione e contro la violenza e la discriminazione di genere e promuovere, nell’ambito delle indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, delle indicazioni nazionali per i licei e delle linee guida per gli istituti tecnici e professionali, nella programmazione didattica curricolare ed extracurricolare delle scuole di ogni ordine e grado, la sensibilizzazione, l’informazione e la formazione degli studenti al fine di prevenire la violenza nei confronti delle donne e la discriminazione di genere, anche attraverso un’adeguata valorizzazione della tematica nei libri di testo;
d) potenziare le forme di assistenza e di sostegno alle donne vittime di violenza e ai loro figli attraverso modalita’ omogenee di rafforzamento della rete dei servizi territoriali, dei centri antiviolenza e dei servizi di assistenza alle donne vittime di violenza;
e) garantire la formazione di tutte le professionalita’ che entrano in contatto con fatti di violenza di genere o di stalking;
f) accrescere la protezione delle vittime attraverso il rafforzamento della collaborazione tra tutte le istituzioni coinvolte;
g) promuovere lo sviluppo e l’attivazione, in tutto il territorio nazionale, di azioni, basate su metodologie consolidate e coerenti con linee guida appositamente predisposte, di recupero e di accompagnamento dei soggetti responsabili di atti di violenza nelle relazioni affettive, al fine di favorirne il recupero e di limitare i casi di recidiva;
h) prevedere una raccolta strutturata e periodicamente aggiornata, con cadenza almeno annuale, dei dati del fenomeno, ivi compreso il censimento dei centri antiviolenza, anche attraverso il coordinamento delle banche di dati gia’ esistenti;
i) prevedere specifiche azioni positive che tengano anche conto delle competenze delle amministrazioni impegnate nella prevenzione, nel contrasto e nel sostegno delle vittime di violenza di genere e di stalking e delle esperienze delle associazioni che svolgono assistenza nel settore;
l) definire un sistema strutturato di governance tra tutti i livelli di governo, che si basi anche sulle diverse esperienze e sulle buone pratiche gia’ realizzate nelle reti locali e sul territorio.

IL DECRETO LEGGE SI RIFA’ AL TESTO COORDINATO CON LA LEGGE DI CONVERSIONE 15 ottobre 2013, n. 119 «Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonchè in tema di protezione civile e di commissariamento delle province.».
Art. 5 – Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere
1. Il Ministro delegato per le pari opportunità, anche avvalendosi del Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, di cui all’articolo 19, comma 3, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, elabora, con il contributo delle amministrazioni interessate, delle associazioni di donne impegnate nella lotta contro la violenza e dei centri antiviolenza, e adotta, previa intesa in sede di Conferenza unificata ai sensi del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, un «Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», di seguito denominato «Piano», che deve essere predisposto in sinergia con la nuova programmazione dell’Unione europea per il periodo 2014-2020 (leggi qui la Convenzione Istanbul sulla violenza alle donne dell’11 maggio 2011)

 

 

 

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La sinistra italiana che si interroga sull’indipendentismo veneto (e mi fa un’intervista)

leftcopertinaSul numero 27 del settimanale LEFT è pubblicato uno stralcio della mia intervista sul tema dell’indipendentismo veneto.

Chi se lo sarebbe immaginato che Catone in persona mi avrebbe intervistato? 😛 Ovviamente non si tratta del famoso oratore, ma di un 27enne attivo, molto impegnato in politica, a sinistra. Nel suo denso curriculum la campagna per Civati, un blog, la compartecipazione a questa rivista. Voleva saperne di più di questo vento indipendentista che soffia dalle nostre parti e mi ha contattato con una decina di domande molto interessanti.

A dire il vero avevo capito che venisse pubblicata integralmente sul suo blog, come mi è successo con l’intervista fatta per SaNatzione, dal blogger sardo Adriano Bomboi. Invece, giustamente, Stefano Catone ne ha fatto un pezzo di suo pugno, raccogliendo i commenti di altri indipendentisti di queste latitudini e così mi trovo piacevolmente a fianco di Alex Storti, con cui abbiamo condiviso diverse iniziative e che dalla Lombardia non fa mai mancare il suo sostegno anche alla nostra causa (pur impegnatissimo com’è con il progetto Avanti!), l’avvocato Morosin, candidato governatore di Indipendenza Veneta durante le ultime regionali, Giovanni Masarà di Sanca Veneta, la sinistra veneta indipendentista (perché sì…fortunatamente qualcuno del partito della “democrazia” ?! si è ricordato di essere veneto prima che baciapile del governo in carica! 😉 )

left4A Stefano, a cui applaudo per l’interesse giornalistico e per la neutralità con cui cerca di riportare il fermento indipendentista, faccio solo un appunto, per aver confuso (nel titolo che fa il verso a Malika Ayane) la consapevolezza delle proprie “raixe” con la nostalgia. 😮 Non c’è nulla di nostalgico nell’indipendentismo: è probabilmente quanto di più moderno c’è in questo periodo se si ha solo il coraggio di guardare all’intera Europa, in crisi di identità prima ancora che economica. Piuttosto il “lombardo-veneto” citato a fine articolo è una rievocazione di un triste cinquantennio che con l’indipendentismo veneto ha davvero poco a che fare 😦

Detto questo signori…faxemose su łe maneghe e forsa e corajo, che ghemo da laorarghe su tuti insieme! Abbiamo la fortuna di avere Antonio Guadagnini, rappresentante di tutti gli indipendentisti nella maggioranza regionale e una nuova generazione di giovani che vuole superare le divisioni: facciamo tesoro delle esperienze passate e utilizziamo tutte le forze per organizzarci e presentarci uniti….nel nome del Leone!

Duri i banchi, senpre!! 🙂 🙂 🙂

 

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QUI L’INTERVISTA INTEGRALE

1) Perché l’indipendendenza del Veneto?

2) In Veneto l’indipendentismo è un ideale ancora vivo? Oltre ai risultati elettorali, quali sono gli argomenti che dimostrerebbero la sua vitalità?

3) Le recenti elezioni regionali sembrano confermare che tale sentimento esiste ancora ma, per l’ennesima volta, le liste indipendentiste non hanno trovato un accordo che permettesse di presentarsi uniti al voto. Come giudica questa situazione? Che differenza strategica c’è tra chi ha scelto la corsa solitaria e chi di apparentarsi con Zaia?

4) Tra i più giovani è un sentimento ancora vivo?

5) Ritiene che la Lega Nord rappresenti ancora le ragioni dell’indipendentismo? Come giudica la guida di Salvini?

6) L’idea della confederazione tra movimenti autonomisti di diversi territori (come fu la Lega Nord) è un’idea fallimentare?

7) Si definirebbe una persona di destra o di sinistra?

8) Quali sono le sue proposte e le sue idee in tema di migrazioni e di diritti civili?

9) Quali strategie e quali proposte metterete in campo nel prossimo futuro?

10) Autonomia e indipendenza: qual è la più verosimile?

 

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1) Perché l’indipendenza del Veneto?
Sarebbe forse piu appropriato domandarsi “Perché il Veneto in Italia?!”. Il nostro è un popolo che ha vissuto in uno stato indipendente, relazionandosi col mondo, per più di un millennio nella storia recente, e ancora prima di Cristo nella storia più antica. Nulla di strano quindi se, stanchi di una convivenza faticosa con lo Stato italiano, desideriamo tornare alla nostra facoltà di autogovernarci, per garantire un futuro migliore e più sereno.2) In Veneto l’indipendentismo è un ideale ancora vivo? Oltre ai risultati elettorali, quali sono gli argomenti che dimostrerebbero la sua vitalità?
A parte i numeri in crescita, che dimostrano una capacità politica in divenire nonostante le divisioni interne che ancora purtroppo sussistono, l’indipendentismo veneto è sempre vivo. In realtà è un fenomeno che non ha mai smesso di fermentare in Veneto, passando attraverso tutti i movimenti culturali/ politici che lo hanno sostenuto a partire (nella storia recente) dalla Liga Veneta, progenitrice di quella che divenne poi la Lega. Altri indizi li si nota proprio durante le campagne elettorali regionali, quando da destra a sinistra si vede il tentativo di raccogliere questo fermento accompagnando le liste principali del candidato da liste “col leon” che oscillano dall’autonomia all’indipendenza dichiarata (vedi Moretti con Progetto Veneto Autonomo, Tosi con Razza Piave-Veneto Stato, oltre a Zaia con Indipendenza Noi Veneto e a Indipendenza Veneta). Sul territorio il proliferare di iniziative culturali/politiche con convegni, manifestazioni, feste. Visivamente, le bandiere marciane che sono sempre più spesso esposte fuori dalle abitazioni. I confronti con altre parti politiche che solo fino a 7, 8 anni fa sorridevano alla parola “indipendenza”, mentre oggi magari se ne discostano ma argomentando la posizione.Una escalation di piccole cose, che agli occhi di chi come me vive il tema da un decennio conferma che la strada è quella giusta. Si tratta solo di raggiungere la massa critica.

3) Le recenti elezioni regionali sembrano confermare che tale sentimento esiste ancora ma, per l’ennesima volta, le liste indipendentiste non hanno trovato un accordo che permettesse di presentarsi uniti al voto. Come giudica questa situazione? Che differenza strategica c’è tra chi ha scelto la corsa solitaria e chi di apparentarsi con Zaia?

Io auspicavo che in questa tornata l’indipendentismo si presentasse unito e convincente, memore delle esperienze passate. Purtroppo cosi non è stato. Ciò che impedisce il sedersi attorno ad un tavolo unitario tipicamente nasce da due aspetti: la convinzione di essere gli unici “portatori sani” di indipendentismo e l’ingenuità politica. In sostanza siamo d’accordo sull’obiettivo ma non su come raggiungerlo.
E’ ora invece, di deporre ogni personalismo e autoreferenzialità e di guardare all’obiettivo con sincerità e occhio smaliziato. Nel 2015 i numeri dicono che siamo in crescita ma non abbiamo ancora le cifre per presentarci con un nostro governatore. Men che meno tra il primo e il secondo mandato di un Presidente, come Zaia, particolarmente amato dai Veneti.
Sondaggi non di parte davano una lista indipendentista in questa coalizione al 7% (personalmente, a pelle, dico anche di più!), se solo ci fossimo presentati uniti. Questo significava 3, 4 consiglieri, 1 assessore e sicuramente una presenza importante in maggioranza, più significativa della tanto nominata Forza Italia. Le regionali 2015 dovevano essere affrontate come ha fatto la lista Indipendenza Noi Veneto: a sostegno di Zaia nella coalizione vincente.
Nel 2020? Vedremo quale sarà la strategia migliore, da soli o in coalizione? sicuramente UNITI!
4) Tra i più giovani è un sentimento ancora vivo?
Si, fatto salvo il sentimento di disinnamoramento per la politica che colpisce un po’ tutte le fasce, compresa quella dei giovani.
In alcuni bisogna anche dire che l’influsso della scuola, con istruzione pesantemente di regime, penalizza ragionamenti coraggiosi e “fuori dalle righe” come può essere la visione indipendentista. Accade ad un certo punto, per curiosità o per caso che i ragazzi incontrino la storia, quella vera e a quel punto…accade la magia: nel momento in cui scopri di avere alle spalle una grande storia, la misera condizione odierna smette di essere un riferimento. E il fatto di essere stato ingannato per anni diventa il motore della reazione.
Personalmente sto incontrando una generazione di nuove leve che mi conferma che la direzione è quella giusta. Bisogna solo trovare il modo di convogliarla. Tra i giovani si trova anche la voglia di lavorare assieme, superando le vecchie divisioni: proprio ciò di cui ha bisogno il Veneto ora. Impegno, ideali, unità d’intenti.5) Ritiene che la Lega Nord rappresenti ancora le ragioni dell’indipendentismo? Come giudica la guida di Salvini?
Ho diversi amici nella Lega Nord. La base è molto indipendentista, ma non è detto che i vertici riescano a mantenere questo aspetto genuino (ricordo alcune votazioni surreali per un Veneto a statuto speciale, nemmeno indipendente, con la lega assente o astenuta). Salvini è al di fuori della mia prospettiva, fortemente orientata al Veneto. Lui ragiona sui grandi numeri a Roma e quelli li ottieni per forza di cose allentando l’attenzione sulle esigenze della mia terra.
Da non leghista gli rendo atto di avere rialzato una Lega che stava soffrendo parecchio, ma allo stesso tempo sono sollevata di non aver dovuto accettare le sue felpe con i nomi di ogni città. A differenza di qualche amico con la camicia verde che deve stringere i denti, sono lieta di fare parte di un “contenitore politico” che mi permette di dire senza problemi la parola “indipendenza”, pur senza demonizzare la parola “autonomia”.
La seconda è più utopistica della prima, in quanto è necessario un benestare di chi non potrà mai concedertelo.
So che l’indipendenza sarà il vero approdo e il tentativo autonomista un semplice passaggio e agisco serenamente di conseguenza.
Una nota particolare per Zaia: è di espressione leghista ma da sempre Presidente di tutti i veneti (e il risultato della sua lista personale lo dimostra!) e sono certa che se gli indipendentisti daranno un segnale forte e credibile, anche al di fuori del Consiglio regionale, troveranno nel governatore attenzione e sensibilità.6) L’idea della confederazione tra movimenti autonomisti di diversi territori (come fu la Lega Nord) è un’idea fallimentare?
Non è fallimentare di per sè, ma la realtà è che nella penisola italica abbiamo marce diverse. E che chi vuole l’indipendenza non si accontenterà dell’autonomia. Veneto, Sicilia, Sardegna, Friuli, Sud Tirolo (volutamente ho guardato anche ad altri popoli, non “padani”) hanno un’esigenza di riscatto maggiore di altre regioni e questo dipende dall’identità più che dal fattore economico (Lombardia ed Emilia Romagna hanno ad esempio disavanzi fiscali maggiori del Veneto ma sono molto meno veementi nell’insoddisfazione; Sud Tirolo e  Sicilia sono regioni autonome e addirittura la Sicilia ha un disavanzo a suo favore molto importante, ma nonostante questo lo spirito indipendentista si manifesta ugualmente).
Il federalismo ricordo che è una scelta fatta da entità distinte che decidono di mettere in comunione alcuni vantaggi/costi. Concettualmente, quindi, prima ci sarà l’indipendenza e poi, eventualmente, la richiesta di federarsi assieme. Usare il Veneto come testa d’ariete può funzionare fino ad un certo punto se il resto dei territori non è pronto a fare il passo.
7) Si definirebbe una persona di destra o di sinistra?
Che bella domanda! 🙂 Forse bisognerebbe interrogarsi su cosa sono destra e sinistra oggi in Italia.
La verità è che entrambi hanno perso il loro ideale. Durante la campagna elettorale riflettevo che tutto sommato, nonostante i numeri ancora di nicchia, mi ritengo fortunata di poter offrire al mio elettore un vero “ideale” per cui impegnarsi. Cosa che né la destra né la sinistra di oggi sanno offrire al loro pubblico, troppo impegnati come sono a mantenere loro stessi.
E in particolare la sinistra dovrebbe fare un esame di coscienza: sbandiera concetti di libertà ed espressione delle minoranze, si propone come vera innovatrice e “rivoluzionaria” ma è incapace di accettare la risposta che i Veneti potrebbero dare alla domanda “Vuoi tu che il Veneto sia uno Stato indipendente?” al punto da osteggiare uno strumento democratico come è il referendum.8) Quali sono le sue proposte e le sue idee in tema di migrazioni e di diritti civili?
A me hanno insegnato che prima dei diritti ci sono i doveri civili. Quindi, se si vuole andare lontano, bisogna impostare i lavori da questa prospettiva. Meritocrazia, certezza di pena, organizzazione, sono tutte cose che mancano all’Italia. In compenso l’Italia è il Paese dei diritti acquisiti, dell’assistenzialismo spinto, del posto pubblico, dei molti che vivono sulle spalle di pochi.
Personalmente non concepisco il reddito di cittadinanza; piuttosto l’impegno dev’essere profuso per garantire un mercato del lavoro vivace, per dare a tutti la possibiltà di trovare un impiego, e pressione fiscale molto ridotta, per lasciare più soldi in tasca a cittadini ed imprese.
Per quanto riguarda il tema immigrazione suggerisco una prima cosa semplice ed efficace. Iniziare a parlarne usando le parole giuste: ACCOGLIENZA e INTEGRAZIONE. L’una è la parola di chi ospita, l’altra una responsabilità di chi arriva. E l’una senza l’altra sono inutili. Quindi basta falsi moralismi che affrontano solo metà del discorso. E’ una situzione delicata e come tale va gestita: la disorganizzazione, i mancati controlli, le assurdità ingiuste (paghiamo noi i ricorsi di chi NON HA i requisiti per l’asilo politico, visto che nullatenenti), sommate al periodo di difficoltà economiche non fanno altro che acuire l’insofferenza e la paura rischiando che sfocino in fenomeni di autodifesa. In questo la sinistra, proprio per l’atteggiamento superficiale che ha nel trattare il tema, ha una grandissima responsabilità nel fomentare il razzismo.
Come Veneti abbiamo una duplice esperienza positiva nel nostro passato: la Serenissima, crogiuolo di identità e popoli, accoglieva gli eretici perseguitati come commercianti di ogni parte dell’Adriatico e oltre. E poi l’emigrazione di fine 800 / inizi 900 che portò oltre 3 milioni di Veneti ad andarsene da qui, creando comunità floride specialmente oltreoceano. In entrambe le situazioni gli ingredienti necessari sono stati l’IMPEGNO e il RISPETTO. Da dare e da pretendere. Non tutti i migranti lo danno e l’Italia non è in grado di pretenderlo. Cominciamo da qui.
9) Quali strategie e quali proposte metterete in campo nel prossimo futuro?
Adesso serve organizzare le forze di tutte le correnti indipendentiste e convogliarle in una forma organizzata e unitaria. Gli ingredienti buoni ci sono, gli indipendentisti hanno voglia di fare questo salto di qualità. Serve grande umiltà, onestà nell’affrontare i numeri (che sono in crescita ma non sono ancora strabilianti) e una “vision”.Abbiamo sbagliato infatti a lanciare i messaggi solo sul referendum, come se fosse un obiettivo. In realtà il referendum è un mezzo per avere un Veneto nuovo e moderno, del quale dobbiamo parlare con i Veneti.
10) Autonomia e indipendenza: qual è la più verosimile?
Nonostante l’autonomia possa sembrare più facile da raggiungere perché meno di “rottura” con l’attuale situazione, è utopia. Lo è in quanto deve essere accordata da quell’apparato statale che non potrà mai fare a meno economicamente di te. L’indipendenza, nonostante non sia un percorso semplice, è in realtà più realistica, in quanto si esercita rivolgendosi direttamente agli interessati, in nome del principio fondamentale di autodeterminazione di un popolo che per sua natura è al di sopra di qualsiasi apparato statale. Ovviamente significa comunque gestire la frattura con l’Italia e contestualmente i rapporti internazionali, ma necessita più di una volontà popolare e politica che di una benedizione giuridica. Semplificando, l’indipendenza, a differenza dell’autonomia, non deve essere “chiesta” deve essere “affermata”.
A riprova di ciò, se non erro il Veneto è già alla terza richiesta di autonomia (nel 1998 e poi nel 2006 da forze politiche diverse), ma il fatto è che una votazione su base italiana vedrà sempre lo stesso esito perché numericamente chi beneficia dei vantaggi di un Veneto italiano (e più in generale di poche regioni che mantengono le altre) è numericamente superiore alla rappresentanza veneta (o ai portatori delle richieste autonomiste). Quindi…bisogna cambiare l’interlocutore della domanda 🙂

Se vogliamo cambiare la realtà dobbiamo smettere di accettarla

stalattitedighiaccioSE VOGLIAMO CAMBIARE LA REALTA, DOBBIAMO SMETTERE DI ACCETTARLA. E se non vogliamo finire come la Grecia, dobbiamo farlo subito. Nell’intervista sul portale VeneziePost all’Avvocato Malvestio (autore, tra l’altro del libro Malagestio che denunciava le azioni poco trasparenti anni prima che finissero sui titoli di giornale)  parole acuminate e limpide come stalattiti di ghiaccio.

Chissà che in questo caldo torrido funzionino come uno SHOCK per tutti i Veneti (e non solo): o ci svegliamo o finiremo agonizzanti come in Matrix, esseri viventi che servono solo a sfamare qualcuno che li controlla.

 

«Manstein diceva che non esistono situazioni disperate ma solo uomini disperati. Chi c’è di più disperato di uno che rifiuta la realtà? che nega l’evidenza dei numeri? Quando uno rifiuta la realtà vuol dire che non ha più alcuna speranza di cambiarla». Massimo Malvestio da anni denuncia la gravità della crisi in cui è sprofondata l’Italia e con essa il Nordest, ma di fronte al perdurare delle difficoltà economiche e a episodi tragici, come il suicidio di Egidio Maschio, individua una volta di più la radice dei nostri mali in una strana e ottundente ipocrisia. Perché, denuncia, «Da anni continuiamo a dire che cresceremo ed invece negli ultimi vent’anni meno di noi è cresciuta solo Haiti». «A crisi esplosa – nota – abbiamo raccontato al mondo che le nostre banche erano sanissime tanto che abbiamo aiutato gli spagnoli, che hanno un rapporto meno conflittuale con la realtà, a salvare le loro con i nostri soldi. Ecco, quel che mi rende pessimista non è la realtà dei fatti ma l’ipocrisia che pervade il paese: negare i problemi è l’unica soluzione su cui c’è un consenso largamente maggioritario».

Di solito l’ipocrita trae vantaggio dalla propria ipocrisia. Nel caso nostro chi è che ci guadagna?
«L’Italia è un paese che ha offerto alcune opportunità straordinarie di arricchimento: chi ha comperato titoli di Stato ha goduto di interessi altissimi rispetto a quelli pagati dai paesi dell’Europa core. Con tassazione flat al 12,5%, altro che paradisi fiscali! Chi è andato in pensione  avendo versato una frazione minima di quel che va a prendere, ha trovato la cuccagna. In compenso a quei poveretti che oggi stanno cercando di costruirsi una pensione supplementare perché dubitano di quella pubblica, hanno aumentato la tassazione retroattivamente anche su quanto avevano già versato. Potremmo continuare con altri esempi che nella dialettica Nord – Sud troverebbero alimento infinito. Un grande blocco sociale ha preso definitivamente il sopravvento: è il blocco della rendita senza lavoro e senza rischio e sono costoro che hanno tutto l’interesse a che la situazione sia rappresentata in modo artefatto».

Ma se questo “blocco della rendita” ci guadagna, chi è che ci rimette?
«Questo blocco rimane coeso e sempre più forte attraverso un unico collante che è la continua crescita del debito pubblico. Il prezzo lo paga chi lavora davvero, chi produce ricchezza vera. Imprese sempre meno competitive, lavoratori con sempre meno soldi in tasca. I giovani partono con un fardello di debito pubblico insostenibile che spinge i più intraprendenti all’estero privando il paese di ulteriori risorse».

Spesso per questi giovani l’estero è l’Europa. Rilanciare il progetto europeo non può essere la soluzione ai nostri mali?
«L’Europa e l’euro sono il frutto di grandi disegni politici nati da menti e da cuori pieni di speranza e progressivamente scaduti nelle mani di burocrati con menti contorte e cuori atrofizzati. La realtà è molto semplice: quel poderoso blocco sociale di cui ho appena parlato riesce ad ottenere pensioni e rendite che non meriterebbe in qualsiasi economia libera grazie all’ euro. La BCE è diventata la vera vestale dell’azzardo: comperate tutte le obbligazioni spazzatura che volete, titoli di stato di paesi dal debito sempre maggiore come l’Italia tanto alla fine paga tutto la BCE. Perché si dovrebbe investire con una tassazione soffocante, in un paese sempre più permeato da diffidenza verso i valori dell’impresa quando un tasso reale di prim’ordine è garantito senza rischi e quasi senza tasse? Per le banche, le nuove regole hanno fatto sì che dare i soldi alle imprese fosse assurdo quando si poteva guadagnare senza rischio con i titoli di stato. Quando mai in Calabria, dalla quale si esporta quasi nulla, si sarebbe potuto sperare di avere pensioni in una valuta buona quanto il marco tedesco?».

In cambio dell’euro-marco, l’Italia deve però eseguire gli ordini della burocrazia europea, che sembra spesso peggiore della nostra. Non è un prezzo molto alto anche questo?
«In Italia la burocrazia è un problema perché i cittadini hanno un rapporto complessivamente sleale con lo Stato e ciò comporta una diffidenza reciproca da cui derivano controlli e procedimenti senza fine. Detto questo, non si può negare che l’Europa ha peggiorato di molto la situazione: un profluvio continuo di regole sulle materie più insignificanti che comportano costi di applicazione enormi e, di fatto, favoriscono le grandi imprese a scapito delle piccole. Pensare poi che gli eredi della tradizione burocratica prussiana applicheranno le regole allo stesso modo degli eredi di quella borbonica, è un po’ azzardato. La politica è debole e burocrati e magistrati non rinunciano a legiferare surrettiziamente rendendo la certezza del diritto un sogno.  Negli ultimi anni ai vertici sia della burocrazia, soprattutto di quella economica, sia della magistratura, vi sono stati molti che a ciò hanno aggiunto i valori – per me: disvalori – del Sessantotto. Pronti a portare un tocco della loro superiore moralità a qualsiasi questione di cui si occupino, così che il diritto e la morale sono spesso pericolosamente confusi. È tutta gente che è uscita dalle università nei violenti  anni Settanta.  L’idea di fondo è che chi è ricco ha rubato – e questa è un’idea vecchia – ma soprattutto che l’impresa non genera benessere ma inquinamento, evasione, privilegio, sfruttamento. Chiunque legga qualche sentenza o qualche verbale tra quelli più articolati può capire bene cosa voglio dire: nessuno di questi vede nell’impresa una comunità, nessuno di loro si commuove nel vedere i prodotti di un’impresa italiana primeggiare nel mondo; nessuno pensa che con il ricavato di quei prodotti si sono pagati ospedali e scuole».

Ci sono soluzioni o è meglio scappare a Malta?
«Non credo ne usciremo a breve. Quel blocco di interessi è troppo forte, ha i soldi della BCE ed è largamente maggioritario nella classe burocratica e nei vertici della magistratura. Le rappresentanze dei produttori sono spesso schierate con gli ipocriti e ottimisti di maniera e quindi anch’esse complici. I produttori veri si difendono come  possono, andando altrove o smettendo di lavorare o con artifici tanto deprecabili quanto pericolosi. Se i tedeschi vorranno farsi carico di mantenere l’Europa mediterranea vorrà dire che questo grande blocco avrà trionfato. Se invece tornerà il problema di guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, il  sistema imploderà ed allora quel che resta dei produttori prenderà nuovamente il sopravvento. Purtroppo la Merkel non è Adenauer e quindi credo che quel che ci aspetta sia una via di mezzo, una agonia eterodiretta come quella che si è imposta alla Grecia, solo a un ritmo più rallentato: ridotta a un paese di disperati appunto in cui di mese in mese si cambiano le previsioni di piani sempre più assurdi, in cui i produttori progressivamente scompaiono per necrosi, per fuga, per genocidio culturale».

Immigrazione, se l’abbraccio è a metà

Papa Francesco chiede il perdono per chi non accoglie. Ma non menziona le responsabilità di chi delinque, uccide, si approfitta di chi gli ha dato una terra nuova. Parla di migranti ma senza distinguere i bisognosi dai delinquenti.

Un’occasione persa per la Chiesa per dare una vera risposta ai fedeli di oggi. Che vivono un fenomeno delicato e intenso per di più in uno stato, l’Italia, dove regna il caos e l’incertezza di pena (o…la certezza di non pena, che è anche peggio!!). Ma la Chiesa non è l’unica a guardare solo metà della mela. ruspa_legoC’è anche una grande fetta della sinistra (i più ragionevoli distinguono) che si riempie la bocca di luoghi comuni buonisti (che con la “bontà” non hanno niente a che fare), impedendo un confronto oggettivo con la controparte politica, alimentando paura e astio e via discorrendo, di ruspa in ruspa.

A me piacerebbe leggere una volta tanto la parola ACCOGLIERE nello stesso discorso in cui si parla di INTEGRARSI. Uno è il verbo di chi OSPITA, l’altro è il verbo di chi ARRIVA. E l’uno senza l’altro non esistono.

Semplice come in un abbraccio. Dove entrambi devono dare e dare con uguale forza.
E non sovrastare, non ferire, non sbranare. 

abbraccio

Quindi, quando troverò entrambe le parole, darò valore al discorso.
Anche al tuo, Francé!

Via il prefetto!

Sotto vi riporto le parole al grande Einaudi, che dalle pagine della Gazzetta ticinese il 17 giugno del 1944 dichiarava guerra ai Prefetti, defindendoli l’antitesi della democrazia e mi domando…ma guarda un po’  neanche un prefetto veneto (né valdostano, trentino, sud tirolese, emiliano, romagnolo, umbro, marchigiano o abruzzese)! 🙂

Provenienza_prefetti

 

“Proporre, in Italia ed in qualche altro paese di Europa, di abolire il «prefetto» sembra stravaganza degna di manicomio. Istituzione veneranda, venuta a noi dalla notte dei tempi, il prefetto è quasi sinonimo di governo e, lui scomparso, sembra non esistere più nulla. Chi comanda e chi esegue fuor dalla capitale? Come opera l’amministrazione pubblica? In verità, il prefetto è una lue che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone. Gli antichi governi erano, prima della rivoluzione francese, assoluti solo di nome, e di fatto vincolati d’ogni parte, dai senati e dalle camere dei conti o magistrati camerali, gelosissimi del loro potere di rifiutare la registrazione degli editti che, se non registrati, non contavano nulla, dai corpi locali privilegiati, auto-eletti per cooptazione dei membri in carica, dai patti antichi di infeudazione, di dedizione e di annessione, dalle consuetudini immemorabili. Gli stati italiani governavano entro i limiti posti dalle «libertà» locali, territoriali e professionali. Spesso «le libertà» municipali e regionali erano «privilegi» di ceti, di nobili, di corporazioni artigiane ed erano dannose all’universale. Nella furia di strappare i privilegi, la rivoluzione francese distrusse, continuando l’opera iniziata dai Borboni, le libertà locali; e Napoleone, dittatore all’interno, amante dell’ordine, sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente, spirituale o temporale, perfezionò l’opera. I governi restaurati trovarono comodo di non restaurare, se non di nome, gli antichi corpi limitatori e conservarono il prefetto napoleonico. L’Italia nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi ex-stati in un corpo unico, immaginò che il federalismo fosse il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti d’ltalia, come le province ex-austriache, nelle quali la lue erasi infiltrata con manifestazioni attenuate. Si credette di instaurare libertà e democrazia e si foggiò lo strumento della dittatura.

Democrazia e prefetto repugnano profondamente l’una all’altro. Né in ltalia, né in Francia, né in Spagna, né in Prussia si ebbe mai e non si avrà mai democrazia, finché esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto. Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono. Elezioni, libertà di scelta dei rappresentanti, camere, parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre farsa nei paesi a governo accentrato del tipo napoleonico. Gli uomini di stato anglo-sassoni, i quali invitano i popoli europei a scegliersi la forma di governo da essi preferita, trasportano inconsciamente parole e pensieri propri dei loro paesi a paesi nei quali le medesime parole hanno un significato del tutto diverso. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme con gli scandinavi, gli svizzeri; e questi non hanno nulla da imparare, perché quelle parole sentono profondamente da sette secoli. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri e sindaci o presidenti o borgomastri, ma da sé, senza intervento e tutela e comando di gente posta fuori del comune od a questo sovrapposta, se lo amministrano, se lo mandano in malora o lo fanno prosperare. L’auto-governo continua nel cantone, il quale e un vero stato, il quale da sé si fa le sue leggi, se le vota nel suo parlamento e le applica per mezzo dei propri consiglieri di stato, senza uopo di ottenere approvazioni da Berna; e Berna, ossia il governo federale, a sua volta, per le cose di sua competenza, ha un parlamento per deliberare le leggi sue proprie ed un consiglio federale per applicarle ed amministrarle. E tutti questi consessi ed i 25 cantoni e mezzi cantoni e la confederazione hanno così numerosissimi legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti eletti, ognuno dei quali attende alle cose proprie, senza vedersi mai tra i piedi il prefetto, ossia la longa manus del ministro o governo più grosso, il quale insegni od ordini il modo di sbrigare le faccende proprie dei ministri più piccoli. Così pure si usa governare in Inghilterra, con altre formule di parrocchie, borghi, città, contee, regni e principati; così si fa negli Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana, australiana e nella Nuova Zelanda. Nei paesi dove la democrazia non è una vana parola, la gente sbriga da sé le proprie faccende locali (che negli Stati Uniti si dicono anche statali), senza attendere il la od il permesso dal governo centrale. Così si forma una classe politica numerosa, scelta per via di vagli ripetuti. Non è certo che il vaglio funzioni sempre a perfezione; ma prima di arrivare ad essere consigliere federale o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante nel congresso nord americano, bisogna essersi fatto conoscere per cariche coperte nei cantoni o negli stati; ed essersi guadagnato una qualche fama di esperto ed onesto amministratore. La classe politica non si forma da sé né è creata dal fiat di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega la amministrazione delle cose locali piccole; e via via quelle delle cose nazionali od inter-statali più grosse.

La classe politica non si forma tuttavia se l’eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non e pienamente responsabile per l’opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l’eletto non è responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad ubbidire, intrigare, a raccomandare, a cercare appoggi. Dove non esiste il governo di se stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia? Finché esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l’attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo centrale, a Roma; o, per parlar più concretamente, al ministro dell’interno. Costui è il vero padrone della vita amministrativa e politica dell’intero stato. Attraverso i suoi organi distaccati, le prefetture, il governo centrale approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina l’iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella altre spese, ritarda l’approvazione ed intralcia il funzionamento dei corpi locali. Chi governa localmente di fatto non è né il sindaco né il consiglio comunale o provinciale; ma il segretario municipale o provinciale. Non a caso egli è stato oramai attruppato tra i funzionari statali. Parve un sopruso della dittatura ed era la logica necessaria deduzione del sistema centralistico. Chi, se non un funzionario statale, può interpretare ed eseguire le leggi, i regolamenti, le circolari, i moduli i quali quotidianamente, attraverso le prefetture, arrivano a fasci da Roma per ordinare il modo di governare ogni più piccola faccenda locale? Se talun cittadino si informa del modo di sbrigare una pratica dipendente da una legge nuova, la risposta è: non sono ancora arrivate le istruzioni, non è ancora compilato il regolamento; lo si aspetta di giorno in giorno. A nessuno viene in mente del ministero, l’ idea semplice che l’eletto locale ha il diritto e il dovere di interpretare lui la legge, salvo a rispondere dinnanzi agli elettori della interpretazione data? Che cosa fu e che cosa tornerà ad essere l’eletto del popolo in uno stato burocratico accentrato? Non un legislatore, non un amministratore; ma un tale, il cui ufficio principale è essere bene introdotto nei capoluoghi di provincia presso prefetti, , consiglieri e segretari di prefettura, provveditori agli studi, intendenti di finanza, ed a Roma, presso i ministri, sotto-segretari di stato e, meglio e più, perché di fatto più potenti, presso direttori generali, capidivisione, segretari, vice-segretari ed uscieri dei ministeri. Il malvezzo di non muovere la «pratica» senza una spinta, una raccomandazione non è recente né ha origine dal fascismo. È antico ed è proprio del sistema. Come quel ministro francese, guardando l’orologio, diceva: a quest’ora, nella terza classe di tutti i licei di Francia, i professori spiegano la tal pagina di Cicerone; così si può dire di tutti gli ordini di scuole italiane. Pubbliche o private, elementari o medie od universitarie, tutto dipende da Roma: ordinamento, orari, tasse, nomine degli insegnanti, degli impiegati di segreteria, dei portieri e dei bidelli, ammissioni degli studenti, libri di testo, ordine degli esami, materie insegnate. I fascisti concessero per scherno l’autonomia alle università; ma era logico che nel sistema accentrato le università fossero, come subito ridiventarono, una branca ordinaria dell’amministrazione pubblica; ed era logico che prima del 1922 i deputati elevassero querele contro quelle che essi imprudentemente chiamarono le camorre dei professori di università, i quali erano riusciti, in mezzo secolo di sforzi perseveranti e di costumi anti-accentratori a poco a poco originati dal loro spirito di corpo, a togliere ai ministri ogni potere di scegliere e di trasferire gli insegnanti universitari e quindi ogni possibilità ai deputati di raccomandare e promuovere intriganti politici a cattedre. Agli occhi di un deputato uscito dal suffragio universale ed investito di una frazione della sovranità popolare, ogni resistenza di corpi autonomi, di enti locali, di sindaci decisi a valere la volontà dei loro amministrati appariva camorra, o sopruso, privilegio. La tirannia del centro, la onnipotenza del ministero, attraverso ai prefetti, si converte nella tirannia degli eletti al parlamento. Essi sanno di essere i ministri del domani, sanno che chi di loro diventerà ministro dell’interno, disporrà della leva di comando del paese; sanno che nessun presidente del consiglio può rinunciare ad essere ministro dell’interno se non vuol correre il pericolo di vedere « farsi » le elezioni contro lui dal collega al quale egli abbia avuto la dabbenaggine di abbandonare quel ministero, il quale dispone delle prefetture, delle questure e dei carabinieri; il quale comanda a centinaia di migliaia di funzionari piccoli e grossi, ed attraverso concessioni di sussidi, autorizzazioni di spese, favori di ogni specie adesca e minaccia sindaci, consiglieri, presidenti di opere pie e di enti morali. A volta a volta servo e tiranno dei funzionari che egli ha contribuito a far nominare con le sue raccomandazioni e dalla cui condiscendenza dipende l’esito delle pratiche dei suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo più che dai lavori parlamentari è assorbito dalle corse per i ministeri e dallo scrivere lettere di raccomandazione per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori.

Perciò il delenda Carthago della democrazia liberale è: Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde. Per fortuna, di fatto oggi in Italia l’amministrazione centralizzata è scomparsa. Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, del quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà alcun male, se non ricostruiremo la macchina oramai guasta e marcia. L’unità del paese non è data dai prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni romane. L’unità del paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi da sé. La vera costituente non si fa in una elezione plebiscitaria, a fin di guerra. Così si creano o si ricostituiscono le tirannie, siano esse di dittatori o di comitati di partiti. Chi vuole affidare il paese a qualche altro saltimbanco, lasci sopravvivere la macchina accentrata e faccia da questa e dai comitati eleggere una costituente. Chi vuole che gli italiani governino se stessi, faccia invece subito eleggere i consigli municipali, unico corpo rimasto in vita, almeno come aspirazione profondamente sentita da tutti i cittadini; e dia agli eletti il potere di amministrare liberamente; di far bene e farsi rinnovare il mandato, di far male e farsi lapidare. Non si tema che i malversatori del denaro pubblico non paghino il fio, quando non possano scaricare su altri, sulla autorità tutoria, suI governo la colpa delle proprie malefatte. La classe politica si forma così: col provare e riprovare, attraverso a fallimenti ed a successi. Sia che si conservi la provincia; sia che invece la si abolisca, perché ente artificioso, antistorico ed anti-economico e la si costituisca da una parte con il distretto o collegio o vicinanza, unità più piccola, raggruppata attorno alla cittadina, al grosso borgo di mercato, dove convengono naturalmente per i loro interessi ed affari gli abitanti dei comuni dei dintorni, e dall’altra con la grande regione storica: Piemonte, Liguria, Lombardia, ecc.; sempre, alla pari del comune, il collegio e la regione dovranno amministrarsi da sé, formarsi i propri governanti elettivi, liberi di gestire le faccende proprie del comune, del collegio e della provincia, liberi di scegliere i propri funzionari e dipendenti, nel modo e con le garanzie che essi medesimi, legislatori sovrani nel loro campo, vorranno stabilire.

Si potrà discutere sui compiti da attribuire a questo o quell’altro ente sovrano; ed adopero a bella posta la parola sovranità e non autonomia, ad indicare che non solo nel campo internazionale, con la creazione di vincoli federativi, ma anche nel campo nazionale, con la creazione di corpi locali vivi di vita propria originaria non derivata dall’alto, urge distruggere l’idea funesta della sovranità assoluta dello stato. Non temasi dalla distruzione alcun danno per l’unità nazionale. L’accentramento napoleonico ha fatto le sue prove e queste sono state negative: una burocrazia pronta ad ubbidire ad ogni padrone, non radicata nel luogo, indifferente alle sorti degli amministrati; un ceto politico oggetto di dispregio, abbassato a cursore di anticamere prefettizie e ministeriali, prono a votare in favore di qualunque governo, se il voto poteva giovare ad accaparrare il favore della burocrazia poliziesca ed a premere sulle autorità locali nel giorno delle elezioni generali; una polizia, non collegata, come dovrebbe, esclusivamente con la magistratura inquirente e giudicante e con i carabinieri, ma divenuta strumento di inquisizione politica e di giustizia «economica» , ossia arbitraria. L’arbitrio poliziesco erasi affievolito all’inizio del secolo; ma lo strumento era pronto; e, come già con Napoleone, ricominciarono a giungere al dittatore i rapporti quotidiani della polizia sugli atti e sui propositi di ogni cittadino sospetto; e si potranno di nuovo comporre, con quei fogli, se non li hanno bruciati prima, volumi di piccola e di grande storia di interesse appassionante. E quello strumento, pur guasto, è pronto, se non lo faremo diventare mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la scoperta dei loro autori, a servire nuovi tiranni e nuovi comitati di salute pubblica.
Che cosa ha dato all’unità d’Italia quella armatura dello stato di polizia, preesistente, ricordiamolo bene, al 1922? Nulla. Nel momento del pericolo è svanita e sono rimasti i cittadini inermi e soli. Oggi essi si attruppano in bande di amici, di conoscenti, di borghigiani; e li chiamano partigiani. È lo stato il quale si rifà spontaneamente. Lasciamolo riformarsi dal basso, come è sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo dura, nessuna unità è salda, se prima gli uomini i quali si conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo stato. La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l’occasione unica di ricostruire lo stato partendo dalle unità che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Così possederemo finalmente uno stato vero e vivente.”

I Bugiardi Sposi

– è Bergamo, quel paese? – La città di Bergamo, – rispose il pescatore. – E quella riva lì, è bergamasca? – Terra di san Marco. – Viva san Marco! – esclamò Renzo. Il pescatore non disse nulla.

Renzo Tramaglino, lasciandosi alle spalle attraversando “quel ramo del lago di Como” – Promessi Sposi, A. Manzoni

Se i Promessi Sposi me li avessero fatto studiare così, mettendo l’accento su ƚe me raixe, citate come luogo di Provvidenza e salvezza, invece che sullo “sciacquare i panni in arno“. Io voglio una scuola sincera.

promessi_bugiardi

Libertà, voce del verbo amare

Parlando con amici, veneti e non, riguardo la mia passione indipendentista, spesso intravedo nelle loro parole una lettura involontariamente distorta del desiderio di cambiamento che fermenta nella nostra terra.

“Perché sei contro..”, “Così vi chiudete..”
contro? chiudersi? … Macché! 😮

Indipendenza è esattamente il contrario. E’ una parola bellissima e sacra che canta la sua forza tra cielo e terra: LIBERTA’ ! Di essere sè stessi e mostrare le proprie capacità, di decidere il proprio futuro, di aprirsi al mondo orgogliosi della propria identità.

E la libertà è come l’Amore, quello vero. Quello che, quando lo conosci, sai che la vita non sarebbe la stessa senza. E’ un desiderio fortissimo verso ciò che ti fa stare bene, che non cessa né diminuisce di intensità finché non ha trovato espressione.
La libertà è come l’Amore: talvolta fa paura e vi si rinuncia per vivere tranquilli. Ma quando la incontri negli occhi di un altro un po’ la invidi, perché appassiona come tutte le grandi sfide della vita.

Perché, come nell’Amore, ci vuole coraggio per ottenerla. e capacita’ di sognare. e infinita forza. E quando l’avrai ottenuta, saprai che tutto ciò ne valeva la pena.

Ecco, io sono indipendentista.
❤ E sì, io AMO la LIBERTA’ ❤

io_scozia

Sogno (e son desta!)

sogno il veneto libero

Sogno un Veneto libero e felice

Qualche mese fa ho fatto un sogno. Stavo passando sotto il portico di una piazza. Camminando accando alle colonne sentivo un prezioso fermento nell’aria. Al mio fianco, una lunga serie di negozi si stava preparando per una grande inaugurazione.

Chi apriva la serranda, chi lustrava i vetri, chi prestava un martello, chi sistemava le ultime cose in esposizione.. braccia che si agitavano, mani che passavano veloci, calpestìo di piedi.

E tanti sorrisi.
E gli occhi che brillavano per l’emozione e l’orgoglio di realizzare il proprio desiderio.

 

Mi sono svegliata con un senso di euforia e sicurezza e ho pensato:
così dovrebbe essere la mia terra!!
Operosa, sorridente, sognatrice, impegnata… Guardarsi attorno e trovare città fiorenti e volti sereni, che nel futuro hanno fiducia, non paura.

Questo era un sogno.. ma nel mio cuore è già diventato realtà:
🙂 il futuro è un Veneto libero e felice. 🙂

Firmi qui, grazie! (da sapere per le prossime regionali)

ATTENZIONE: nei prossimi tempi troverete sempre più gazebi in piazza che vi chiedono di apporre una firma per le prossime regionali.

Infatti, per potersi presentare alle prossime regionali i partiti (quelli “nuovi” non gli uscenti o i collegati agli uscenti) dovranno raccogliere un certo numero di firme di cittadini (da almeno 750 nelle circoscrizioni fino a 100.000 abitanti ad almeno 2000 per circoscrizioni con più di 1.000.000 di abitanti)

PRIMA DI FIRMARE A UN GAZEBO, LEGGETE QUI
– Potete firmare per 1 sola lista (se firmate involontariamente per più liste, rendete non valida la vostra firma)
– I moduli devono riportare: il LOGO di lista, il CANDIDATO Presidente al quale la lista è collegata (Zaia, Moretti, Berti… ), il nome e cognome, il luogo e la data di nascita dei CANDIDATI, nonché il nome, cognome, luogo e data di nascita del SOTTOSCRITTORE e il comune in cui può votare
– deve essere presente un AUTENTIFICATORE che convalida la firma (es. un notaio, assessore o consigliere comunale delegato, un segretario comunale, un funzionario appositamente incaricato dal sindaco.. )

Non sono quindi validi: moduli in bianco o a cui mancano informazioni (chi è il candidato presidente per il quale corre la lista? chi sono i candidati? ..), firme senza autentificatore

Le liste che presentano firme fasulle per essere ammesse alle regionali sono perseguite penalmente.

🙂 Buone elezioni a tutti!! 🙂

[LEGGE REGIONE VENETO n. 5 del 16 gennaio 2012, art. 14]
[LEGGE n. 53 del 21 marzo 1990, art. 14]

Na bandiera co łe ałe

…e adesso ditemi come si fa a non essere orgogliosi delle proprie raixe venete! 😀
Ma ocio! Portar sto Gonfałon xe on onor grando ma anca on dovere grando.
Me racomando, femo puìto! 🙂 ❤

valori_bandiera_veneto