La repubblica delle pere (indivise)

“Molti anni fa, nel terzo o quarto anno del suo mandato presidenziale, fui invitato a cena al palazzo del Quirinale, da Luigi Einaudi. Non invitato ad personam – il Presidente non mi conosceva affatto – ma come redattore di una rivista politica e letteraria diretta da Mario Pannunzio. A tavola eravamo in otto, compresi il Presidente e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti, con una vivacità e una disinvoltura che davano fastidio all’enorme e unico maggiordomo in polpe che ci serviva. Questo maggiordomo, una specie di Hitchcock di più vaste proporzioni ma completamente destituito di ironia, aveva sulle prime tentato di intimidirci posandoci il prezioso vasellame davanti come se temesse che l’avremmo rotto; e fulminandoci con occhiate di sconforto se non riuscivamo a individuare tra le tante (alcune nascoste persino tra i merletti della tovaglia) le posate giuste. Poiché il Presidente, nei suoi anni verdi, aveva frequentato un fiaschetteria di via della Croce, la Fiaschetteria Beltramme (che noi ancora frequentiamo), si parlò anche di questa: e dei suoi colleghi di università coi quali vi andava, del proprietario e di altri clienti che egli vi intravedeva: Bruno Barilli, Cardarelli, il pittore Bartoli. Da un argomento all’altro, tra aneddoti che, per il gran ridere, scuotevano il Presidente come un uccellino bagnato; tra riflessioni che seguivano gli aneddoti, pensieri economici e altri sul futuro, la cena si stava prolungando oltre il lecito.
Il Presidente sembrava un nonno felice di rivedere nipoti lontani. Ma eccoci alla frutta. Il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi olandesi e poi napoletani dipingevano due secoli fa: c’era di tutto, eccetto il melone spaccato. E tra quei frutti, delle pere molto grandi. Luigi Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: “Io” disse “prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?”. Tutti avemmo un attimo di sgomento e guardammo istintivamente il maggiordomo: era diventato rosso fiamma e forse stava per avere un colpo apoplettico. Durante la sua lunga carriera mai aveva sentito una proposta simile, a una cena servita da lui, in quelle sale. Tuttavia, lo battei di volata: “Io, Presidente” dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il Presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto, e me lo posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista. Un tumulto di disprezzo doveva agitare il suo animo non troppo grande, in quel corpo immenso. “Stai a vedere” pensai “che adesso me la sbuccia, come ai bambini”. Non fece nulla, seguitò il suo giro. Ma il salto del trapezio era riuscito e la conversazione riprese più vivace di prima; mentre il maggiordomo, snob come sanno esserlo soltanto certi camerieri e i cani da guardia, spariva dietro un paravento.
Qui finiscono i miei ricordi sul Presidente Einaudi. Non ebbi più occasione di vederlo, qualche anno dopo saliva alla presidenza un altro e il resto è noto. Cominciava per l’Italia la Repubblica delle pere indivise”.

Ennio Flaiano

Yellow sliced pears with green leaf isolated on white background

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La lezione di Anna, veneta dalla pelle nera

Qualche giorno fa su facebook faceva capolino la pagina Le Venete con un calendario il cui ricavato è destinato alla Riviera del Brenta, colpita da un tornado l’8 luglio scorso e completamente dimenticata dall’Italia.

Nulla di cui stupirsi, se non l’ennesimo meraviglioso gesto di solidarietà che permea la quotidianità della nostra gente veneta. Piccoli gesti che non fanno notizia, ma nella loro testardaggine di “una tegola dopo l’altra, fino a che tutti avranno il tetto sulla testa” rappresentano una grande lezione alle istituzioni italiane, che in questa tragedia sono state lente o assenti (tranne qualche promessa lontana) o peggio ancora avide.

Eppure la stampa da un paio di giorni è incandescente per un piccolo particolare. Anna è nera. Anna, una delle 12 ragazze che hanno posato, è nata in Africa e ha due occhi profondi che ti guardano da quella pagina di calendario.

Embè, dico io? Cosa c’è da parlarne? E’ veneta, e quindi ha aderito a questo gesto di solidarietà posando per il calendario.

Sì, perché Anna lo ha detto chiaramente nell’intervista ad Antenna 3: “mi sento veneta al 100%. sono originaria dell’Uganda, ma essendo cresciuta da genitori veneti ho acquisito la cultura veneta.”  Nel vicentino da quando aveva 8 anni, ha fatto il liceo a Bassano e ora studia giurisprudenza a Padova.

E al giornalista che incalza, cercando letture politiche in quel gonfalone tanto discusso, risponde serena: “..ho capito che quella bandiera non appartiene ai politici ma a tutti i veneti come me: è un simbolo di pace e di integrazione”

Touché!
Zitti tutti! Anna ha dato una grande, grandissima lezione ai giornalisti italiani. E anche a noi veneti!

otello4Ai giornalisti, che tutti agitati sembrano aver trovato la notizia con cui riempire i quotidiani un paio di giorni, dico “E’ nera e quindi?” Da sempre le nostre terre di commercianti sono state attraversate e vissute da moltissime etnie. Forse vi è sfuggito che il famoso Otello shakesperiano (da cui dopo Verdi trasse l’omonima famosissima opera) racconta di un comandante della Repubblica Serenissima nero come la pece! E ancora più su….pure il nostro San Marco evangelista aveva la pelle scura! Pensate di aver trovato la pietra dello scandalo, in realtà avete trovato la storia che si ripete. Perché l’Italia non ha ancora capito che noi li chiamiamo “foresti” ma se uno si comporta bene, lavora e rispetta la nostra società è il benvenuto.

Se poi come Anna ti senti veneto, per noi il colore della pelle non ha più importanza. Vale quello che senti nel cuore. E se ti riconosci in quel gonfalone che riporta la parola “PAX TIBI” sarai dei nostri per sempre. Come si dice: Veneto è chi veneto fa!

stereotipovenetirazzistiCerto, troverete sicuramente il veneto stolto che “sbèca” sul web con qualche sciocchezza da rimbalzare agilmente per alimentare polemiche. Ma la verità è che è ora di finirla con lo stereotipo del veneto razzista, e a questo proposito dalle pagine del Corriere il Presidente del Consiglio Ciambetti è intervenuto con una riflessione, che tra le altre cose evidenzia come si tenda a confondere ad arte la presenza di stranieri perfettamente integrati con l’immigrazione incontrollata che subiamo ora.

annacomenoiAi giornalisti italiani dico anche: vi fa così paura usare la parola “veneto”? Perché certi titoli fanno capire come da parte di media italiani sia un tabù chiamare le cose con il loro nome, persino quando sono ovvie. E così, sul Corriere del Veneto (veneto ?!?!? davvero?!?!? 😀 ) il titolone surreale che campeggia è “Un’italiana come noi!” anche se il calendario si chiama LE VENETE e la bandiera usata è il GONFALONE di San Marco. A tanto arrivano la vergogna o il timore?! Mah! Misteri dei giornalettisti italiani :0

 

A noi veneti invece Anna insegna che quel gonfalone è di tutti noi. E tutti abbiamo diritto a riconoscerci in esso e nel significato di pace e giustizia che quell’emblema rappresenta. Senza paura e senza vergogna, lo indossa con eleganza per contribuire con il suo gesto a fare in modo che le famiglie della Riviera tornino nella propria casa. Tiene in mano il gonfalone giallo oro ma, no, non è lì in nome di un partito! Non sappiamo neanche per chi vota o se va a votare. Lei ha capito, prima di molti altri veneti autoctoni, che quel leone alato è più forte di qualsiasi tentativo di travisamento politico e non ha paura di dirlo davanti alle telecamere.

E davanti ai suoi occhi che ti guardano luminosi tra la pelle scura l’unica domanda da farsi è:
vuoi dare una mano alla Riviera?
Puoi farlo comprando il calendario LE VENETE 2016.

anna

Prenotazioni: levenete2016@gmail.com / raixe venete

Corso per giornalettisti italiani che scrivono sul Veneto

corso_giornalettistiTitolo: Corso per giornalettisti italiani che scrivono sul Veneto

Durata: 8 ore

Destinatari:  redattori e capi testata che non sanno come affrontare un articolo sul Veneto e non vogliono sbagliare. Titolisti che si sono stancati di prendere ordini da Roma o dai partiti e cercano di fare bene il loro mestiere. Giornalettisti che desiderano diventare giornalisti.

Luogo: villa palladiana

Contenuti

  • Da ENETOI a VENETI: origine e significato della parola, dal XII secolo a.C. ai giorni nostri
  • La parola VENETO e le sue varianti nella redazione di articoli internazionali
    • Sinonimi e contrari: marchesco / italiano
    • False friend: la scoperta del termine “indipendentista”al posto di “venetista”
    • Suggerimenti: come superare l’imbarazzo di chiamare Veneto un Veneto. Esercitazione dal vivo con video ripresa e commento delle registrazioni

Pausa (risi e bixi, połenta e sopresa, formajo morlaco col miel. Proseco/vin mòro/acua)

  • STORIA VENETA, cenni:
    • riportare correttamente la storia: l’utilizzo dell’aggettivo “veneto”, in luogo di “italiano”, per Marco Polo, Vivaldi, Tiziano, Tintoretto, Elena Cornaro Piscopia e altri personaggi storici della Repubblica di Venezia
    • Il gonfalone di San Marco è nato prima dei partiti italiani: elementi per riuscire a non confonderlo con loghi di partito
  • ESERCITAZIONE: trovare e digitare nella tastiera le lettere: V  E  N  E  T O in meno di un minuto (esercitazione con tastiere qwerty)

Test finale: redazione di articolo e scelta del titolo.
Per superare positivamente il test e ricevere l’attestato di “giornalista veneto” è necessario il 100% di correttezza dei termini e dei concetti. E on fiatin de corajo par ciamar łe coxe come che łe xe anca co ła stanpa italiana.