La sinistra italiana che si interroga sull’indipendentismo veneto (e mi fa un’intervista)

leftcopertinaSul numero 27 del settimanale LEFT è pubblicato uno stralcio della mia intervista sul tema dell’indipendentismo veneto.

Chi se lo sarebbe immaginato che Catone in persona mi avrebbe intervistato? 😛 Ovviamente non si tratta del famoso oratore, ma di un 27enne attivo, molto impegnato in politica, a sinistra. Nel suo denso curriculum la campagna per Civati, un blog, la compartecipazione a questa rivista. Voleva saperne di più di questo vento indipendentista che soffia dalle nostre parti e mi ha contattato con una decina di domande molto interessanti.

A dire il vero avevo capito che venisse pubblicata integralmente sul suo blog, come mi è successo con l’intervista fatta per SaNatzione, dal blogger sardo Adriano Bomboi. Invece, giustamente, Stefano Catone ne ha fatto un pezzo di suo pugno, raccogliendo i commenti di altri indipendentisti di queste latitudini e così mi trovo piacevolmente a fianco di Alex Storti, con cui abbiamo condiviso diverse iniziative e che dalla Lombardia non fa mai mancare il suo sostegno anche alla nostra causa (pur impegnatissimo com’è con il progetto Avanti!), l’avvocato Morosin, candidato governatore di Indipendenza Veneta durante le ultime regionali, Giovanni Masarà di Sanca Veneta, la sinistra veneta indipendentista (perché sì…fortunatamente qualcuno del partito della “democrazia” ?! si è ricordato di essere veneto prima che baciapile del governo in carica! 😉 )

left4A Stefano, a cui applaudo per l’interesse giornalistico e per la neutralità con cui cerca di riportare il fermento indipendentista, faccio solo un appunto, per aver confuso (nel titolo che fa il verso a Malika Ayane) la consapevolezza delle proprie “raixe” con la nostalgia. 😮 Non c’è nulla di nostalgico nell’indipendentismo: è probabilmente quanto di più moderno c’è in questo periodo se si ha solo il coraggio di guardare all’intera Europa, in crisi di identità prima ancora che economica. Piuttosto il “lombardo-veneto” citato a fine articolo è una rievocazione di un triste cinquantennio che con l’indipendentismo veneto ha davvero poco a che fare 😦

Detto questo signori…faxemose su łe maneghe e forsa e corajo, che ghemo da laorarghe su tuti insieme! Abbiamo la fortuna di avere Antonio Guadagnini, rappresentante di tutti gli indipendentisti nella maggioranza regionale e una nuova generazione di giovani che vuole superare le divisioni: facciamo tesoro delle esperienze passate e utilizziamo tutte le forze per organizzarci e presentarci uniti….nel nome del Leone!

Duri i banchi, senpre!! 🙂 🙂 🙂

 

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QUI L’INTERVISTA INTEGRALE

1) Perché l’indipendendenza del Veneto?

2) In Veneto l’indipendentismo è un ideale ancora vivo? Oltre ai risultati elettorali, quali sono gli argomenti che dimostrerebbero la sua vitalità?

3) Le recenti elezioni regionali sembrano confermare che tale sentimento esiste ancora ma, per l’ennesima volta, le liste indipendentiste non hanno trovato un accordo che permettesse di presentarsi uniti al voto. Come giudica questa situazione? Che differenza strategica c’è tra chi ha scelto la corsa solitaria e chi di apparentarsi con Zaia?

4) Tra i più giovani è un sentimento ancora vivo?

5) Ritiene che la Lega Nord rappresenti ancora le ragioni dell’indipendentismo? Come giudica la guida di Salvini?

6) L’idea della confederazione tra movimenti autonomisti di diversi territori (come fu la Lega Nord) è un’idea fallimentare?

7) Si definirebbe una persona di destra o di sinistra?

8) Quali sono le sue proposte e le sue idee in tema di migrazioni e di diritti civili?

9) Quali strategie e quali proposte metterete in campo nel prossimo futuro?

10) Autonomia e indipendenza: qual è la più verosimile?

 

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1) Perché l’indipendenza del Veneto?
Sarebbe forse piu appropriato domandarsi “Perché il Veneto in Italia?!”. Il nostro è un popolo che ha vissuto in uno stato indipendente, relazionandosi col mondo, per più di un millennio nella storia recente, e ancora prima di Cristo nella storia più antica. Nulla di strano quindi se, stanchi di una convivenza faticosa con lo Stato italiano, desideriamo tornare alla nostra facoltà di autogovernarci, per garantire un futuro migliore e più sereno.2) In Veneto l’indipendentismo è un ideale ancora vivo? Oltre ai risultati elettorali, quali sono gli argomenti che dimostrerebbero la sua vitalità?
A parte i numeri in crescita, che dimostrano una capacità politica in divenire nonostante le divisioni interne che ancora purtroppo sussistono, l’indipendentismo veneto è sempre vivo. In realtà è un fenomeno che non ha mai smesso di fermentare in Veneto, passando attraverso tutti i movimenti culturali/ politici che lo hanno sostenuto a partire (nella storia recente) dalla Liga Veneta, progenitrice di quella che divenne poi la Lega. Altri indizi li si nota proprio durante le campagne elettorali regionali, quando da destra a sinistra si vede il tentativo di raccogliere questo fermento accompagnando le liste principali del candidato da liste “col leon” che oscillano dall’autonomia all’indipendenza dichiarata (vedi Moretti con Progetto Veneto Autonomo, Tosi con Razza Piave-Veneto Stato, oltre a Zaia con Indipendenza Noi Veneto e a Indipendenza Veneta). Sul territorio il proliferare di iniziative culturali/politiche con convegni, manifestazioni, feste. Visivamente, le bandiere marciane che sono sempre più spesso esposte fuori dalle abitazioni. I confronti con altre parti politiche che solo fino a 7, 8 anni fa sorridevano alla parola “indipendenza”, mentre oggi magari se ne discostano ma argomentando la posizione.Una escalation di piccole cose, che agli occhi di chi come me vive il tema da un decennio conferma che la strada è quella giusta. Si tratta solo di raggiungere la massa critica.

3) Le recenti elezioni regionali sembrano confermare che tale sentimento esiste ancora ma, per l’ennesima volta, le liste indipendentiste non hanno trovato un accordo che permettesse di presentarsi uniti al voto. Come giudica questa situazione? Che differenza strategica c’è tra chi ha scelto la corsa solitaria e chi di apparentarsi con Zaia?

Io auspicavo che in questa tornata l’indipendentismo si presentasse unito e convincente, memore delle esperienze passate. Purtroppo cosi non è stato. Ciò che impedisce il sedersi attorno ad un tavolo unitario tipicamente nasce da due aspetti: la convinzione di essere gli unici “portatori sani” di indipendentismo e l’ingenuità politica. In sostanza siamo d’accordo sull’obiettivo ma non su come raggiungerlo.
E’ ora invece, di deporre ogni personalismo e autoreferenzialità e di guardare all’obiettivo con sincerità e occhio smaliziato. Nel 2015 i numeri dicono che siamo in crescita ma non abbiamo ancora le cifre per presentarci con un nostro governatore. Men che meno tra il primo e il secondo mandato di un Presidente, come Zaia, particolarmente amato dai Veneti.
Sondaggi non di parte davano una lista indipendentista in questa coalizione al 7% (personalmente, a pelle, dico anche di più!), se solo ci fossimo presentati uniti. Questo significava 3, 4 consiglieri, 1 assessore e sicuramente una presenza importante in maggioranza, più significativa della tanto nominata Forza Italia. Le regionali 2015 dovevano essere affrontate come ha fatto la lista Indipendenza Noi Veneto: a sostegno di Zaia nella coalizione vincente.
Nel 2020? Vedremo quale sarà la strategia migliore, da soli o in coalizione? sicuramente UNITI!
4) Tra i più giovani è un sentimento ancora vivo?
Si, fatto salvo il sentimento di disinnamoramento per la politica che colpisce un po’ tutte le fasce, compresa quella dei giovani.
In alcuni bisogna anche dire che l’influsso della scuola, con istruzione pesantemente di regime, penalizza ragionamenti coraggiosi e “fuori dalle righe” come può essere la visione indipendentista. Accade ad un certo punto, per curiosità o per caso che i ragazzi incontrino la storia, quella vera e a quel punto…accade la magia: nel momento in cui scopri di avere alle spalle una grande storia, la misera condizione odierna smette di essere un riferimento. E il fatto di essere stato ingannato per anni diventa il motore della reazione.
Personalmente sto incontrando una generazione di nuove leve che mi conferma che la direzione è quella giusta. Bisogna solo trovare il modo di convogliarla. Tra i giovani si trova anche la voglia di lavorare assieme, superando le vecchie divisioni: proprio ciò di cui ha bisogno il Veneto ora. Impegno, ideali, unità d’intenti.5) Ritiene che la Lega Nord rappresenti ancora le ragioni dell’indipendentismo? Come giudica la guida di Salvini?
Ho diversi amici nella Lega Nord. La base è molto indipendentista, ma non è detto che i vertici riescano a mantenere questo aspetto genuino (ricordo alcune votazioni surreali per un Veneto a statuto speciale, nemmeno indipendente, con la lega assente o astenuta). Salvini è al di fuori della mia prospettiva, fortemente orientata al Veneto. Lui ragiona sui grandi numeri a Roma e quelli li ottieni per forza di cose allentando l’attenzione sulle esigenze della mia terra.
Da non leghista gli rendo atto di avere rialzato una Lega che stava soffrendo parecchio, ma allo stesso tempo sono sollevata di non aver dovuto accettare le sue felpe con i nomi di ogni città. A differenza di qualche amico con la camicia verde che deve stringere i denti, sono lieta di fare parte di un “contenitore politico” che mi permette di dire senza problemi la parola “indipendenza”, pur senza demonizzare la parola “autonomia”.
La seconda è più utopistica della prima, in quanto è necessario un benestare di chi non potrà mai concedertelo.
So che l’indipendenza sarà il vero approdo e il tentativo autonomista un semplice passaggio e agisco serenamente di conseguenza.
Una nota particolare per Zaia: è di espressione leghista ma da sempre Presidente di tutti i veneti (e il risultato della sua lista personale lo dimostra!) e sono certa che se gli indipendentisti daranno un segnale forte e credibile, anche al di fuori del Consiglio regionale, troveranno nel governatore attenzione e sensibilità.6) L’idea della confederazione tra movimenti autonomisti di diversi territori (come fu la Lega Nord) è un’idea fallimentare?
Non è fallimentare di per sè, ma la realtà è che nella penisola italica abbiamo marce diverse. E che chi vuole l’indipendenza non si accontenterà dell’autonomia. Veneto, Sicilia, Sardegna, Friuli, Sud Tirolo (volutamente ho guardato anche ad altri popoli, non “padani”) hanno un’esigenza di riscatto maggiore di altre regioni e questo dipende dall’identità più che dal fattore economico (Lombardia ed Emilia Romagna hanno ad esempio disavanzi fiscali maggiori del Veneto ma sono molto meno veementi nell’insoddisfazione; Sud Tirolo e  Sicilia sono regioni autonome e addirittura la Sicilia ha un disavanzo a suo favore molto importante, ma nonostante questo lo spirito indipendentista si manifesta ugualmente).
Il federalismo ricordo che è una scelta fatta da entità distinte che decidono di mettere in comunione alcuni vantaggi/costi. Concettualmente, quindi, prima ci sarà l’indipendenza e poi, eventualmente, la richiesta di federarsi assieme. Usare il Veneto come testa d’ariete può funzionare fino ad un certo punto se il resto dei territori non è pronto a fare il passo.
7) Si definirebbe una persona di destra o di sinistra?
Che bella domanda! 🙂 Forse bisognerebbe interrogarsi su cosa sono destra e sinistra oggi in Italia.
La verità è che entrambi hanno perso il loro ideale. Durante la campagna elettorale riflettevo che tutto sommato, nonostante i numeri ancora di nicchia, mi ritengo fortunata di poter offrire al mio elettore un vero “ideale” per cui impegnarsi. Cosa che né la destra né la sinistra di oggi sanno offrire al loro pubblico, troppo impegnati come sono a mantenere loro stessi.
E in particolare la sinistra dovrebbe fare un esame di coscienza: sbandiera concetti di libertà ed espressione delle minoranze, si propone come vera innovatrice e “rivoluzionaria” ma è incapace di accettare la risposta che i Veneti potrebbero dare alla domanda “Vuoi tu che il Veneto sia uno Stato indipendente?” al punto da osteggiare uno strumento democratico come è il referendum.8) Quali sono le sue proposte e le sue idee in tema di migrazioni e di diritti civili?
A me hanno insegnato che prima dei diritti ci sono i doveri civili. Quindi, se si vuole andare lontano, bisogna impostare i lavori da questa prospettiva. Meritocrazia, certezza di pena, organizzazione, sono tutte cose che mancano all’Italia. In compenso l’Italia è il Paese dei diritti acquisiti, dell’assistenzialismo spinto, del posto pubblico, dei molti che vivono sulle spalle di pochi.
Personalmente non concepisco il reddito di cittadinanza; piuttosto l’impegno dev’essere profuso per garantire un mercato del lavoro vivace, per dare a tutti la possibiltà di trovare un impiego, e pressione fiscale molto ridotta, per lasciare più soldi in tasca a cittadini ed imprese.
Per quanto riguarda il tema immigrazione suggerisco una prima cosa semplice ed efficace. Iniziare a parlarne usando le parole giuste: ACCOGLIENZA e INTEGRAZIONE. L’una è la parola di chi ospita, l’altra una responsabilità di chi arriva. E l’una senza l’altra sono inutili. Quindi basta falsi moralismi che affrontano solo metà del discorso. E’ una situzione delicata e come tale va gestita: la disorganizzazione, i mancati controlli, le assurdità ingiuste (paghiamo noi i ricorsi di chi NON HA i requisiti per l’asilo politico, visto che nullatenenti), sommate al periodo di difficoltà economiche non fanno altro che acuire l’insofferenza e la paura rischiando che sfocino in fenomeni di autodifesa. In questo la sinistra, proprio per l’atteggiamento superficiale che ha nel trattare il tema, ha una grandissima responsabilità nel fomentare il razzismo.
Come Veneti abbiamo una duplice esperienza positiva nel nostro passato: la Serenissima, crogiuolo di identità e popoli, accoglieva gli eretici perseguitati come commercianti di ogni parte dell’Adriatico e oltre. E poi l’emigrazione di fine 800 / inizi 900 che portò oltre 3 milioni di Veneti ad andarsene da qui, creando comunità floride specialmente oltreoceano. In entrambe le situazioni gli ingredienti necessari sono stati l’IMPEGNO e il RISPETTO. Da dare e da pretendere. Non tutti i migranti lo danno e l’Italia non è in grado di pretenderlo. Cominciamo da qui.
9) Quali strategie e quali proposte metterete in campo nel prossimo futuro?
Adesso serve organizzare le forze di tutte le correnti indipendentiste e convogliarle in una forma organizzata e unitaria. Gli ingredienti buoni ci sono, gli indipendentisti hanno voglia di fare questo salto di qualità. Serve grande umiltà, onestà nell’affrontare i numeri (che sono in crescita ma non sono ancora strabilianti) e una “vision”.Abbiamo sbagliato infatti a lanciare i messaggi solo sul referendum, come se fosse un obiettivo. In realtà il referendum è un mezzo per avere un Veneto nuovo e moderno, del quale dobbiamo parlare con i Veneti.
10) Autonomia e indipendenza: qual è la più verosimile?
Nonostante l’autonomia possa sembrare più facile da raggiungere perché meno di “rottura” con l’attuale situazione, è utopia. Lo è in quanto deve essere accordata da quell’apparato statale che non potrà mai fare a meno economicamente di te. L’indipendenza, nonostante non sia un percorso semplice, è in realtà più realistica, in quanto si esercita rivolgendosi direttamente agli interessati, in nome del principio fondamentale di autodeterminazione di un popolo che per sua natura è al di sopra di qualsiasi apparato statale. Ovviamente significa comunque gestire la frattura con l’Italia e contestualmente i rapporti internazionali, ma necessita più di una volontà popolare e politica che di una benedizione giuridica. Semplificando, l’indipendenza, a differenza dell’autonomia, non deve essere “chiesta” deve essere “affermata”.
A riprova di ciò, se non erro il Veneto è già alla terza richiesta di autonomia (nel 1998 e poi nel 2006 da forze politiche diverse), ma il fatto è che una votazione su base italiana vedrà sempre lo stesso esito perché numericamente chi beneficia dei vantaggi di un Veneto italiano (e più in generale di poche regioni che mantengono le altre) è numericamente superiore alla rappresentanza veneta (o ai portatori delle richieste autonomiste). Quindi…bisogna cambiare l’interlocutore della domanda 🙂
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Se vogliamo cambiare la realtà dobbiamo smettere di accettarla

stalattitedighiaccioSE VOGLIAMO CAMBIARE LA REALTA, DOBBIAMO SMETTERE DI ACCETTARLA. E se non vogliamo finire come la Grecia, dobbiamo farlo subito. Nell’intervista sul portale VeneziePost all’Avvocato Malvestio (autore, tra l’altro del libro Malagestio che denunciava le azioni poco trasparenti anni prima che finissero sui titoli di giornale)  parole acuminate e limpide come stalattiti di ghiaccio.

Chissà che in questo caldo torrido funzionino come uno SHOCK per tutti i Veneti (e non solo): o ci svegliamo o finiremo agonizzanti come in Matrix, esseri viventi che servono solo a sfamare qualcuno che li controlla.

 

«Manstein diceva che non esistono situazioni disperate ma solo uomini disperati. Chi c’è di più disperato di uno che rifiuta la realtà? che nega l’evidenza dei numeri? Quando uno rifiuta la realtà vuol dire che non ha più alcuna speranza di cambiarla». Massimo Malvestio da anni denuncia la gravità della crisi in cui è sprofondata l’Italia e con essa il Nordest, ma di fronte al perdurare delle difficoltà economiche e a episodi tragici, come il suicidio di Egidio Maschio, individua una volta di più la radice dei nostri mali in una strana e ottundente ipocrisia. Perché, denuncia, «Da anni continuiamo a dire che cresceremo ed invece negli ultimi vent’anni meno di noi è cresciuta solo Haiti». «A crisi esplosa – nota – abbiamo raccontato al mondo che le nostre banche erano sanissime tanto che abbiamo aiutato gli spagnoli, che hanno un rapporto meno conflittuale con la realtà, a salvare le loro con i nostri soldi. Ecco, quel che mi rende pessimista non è la realtà dei fatti ma l’ipocrisia che pervade il paese: negare i problemi è l’unica soluzione su cui c’è un consenso largamente maggioritario».

Di solito l’ipocrita trae vantaggio dalla propria ipocrisia. Nel caso nostro chi è che ci guadagna?
«L’Italia è un paese che ha offerto alcune opportunità straordinarie di arricchimento: chi ha comperato titoli di Stato ha goduto di interessi altissimi rispetto a quelli pagati dai paesi dell’Europa core. Con tassazione flat al 12,5%, altro che paradisi fiscali! Chi è andato in pensione  avendo versato una frazione minima di quel che va a prendere, ha trovato la cuccagna. In compenso a quei poveretti che oggi stanno cercando di costruirsi una pensione supplementare perché dubitano di quella pubblica, hanno aumentato la tassazione retroattivamente anche su quanto avevano già versato. Potremmo continuare con altri esempi che nella dialettica Nord – Sud troverebbero alimento infinito. Un grande blocco sociale ha preso definitivamente il sopravvento: è il blocco della rendita senza lavoro e senza rischio e sono costoro che hanno tutto l’interesse a che la situazione sia rappresentata in modo artefatto».

Ma se questo “blocco della rendita” ci guadagna, chi è che ci rimette?
«Questo blocco rimane coeso e sempre più forte attraverso un unico collante che è la continua crescita del debito pubblico. Il prezzo lo paga chi lavora davvero, chi produce ricchezza vera. Imprese sempre meno competitive, lavoratori con sempre meno soldi in tasca. I giovani partono con un fardello di debito pubblico insostenibile che spinge i più intraprendenti all’estero privando il paese di ulteriori risorse».

Spesso per questi giovani l’estero è l’Europa. Rilanciare il progetto europeo non può essere la soluzione ai nostri mali?
«L’Europa e l’euro sono il frutto di grandi disegni politici nati da menti e da cuori pieni di speranza e progressivamente scaduti nelle mani di burocrati con menti contorte e cuori atrofizzati. La realtà è molto semplice: quel poderoso blocco sociale di cui ho appena parlato riesce ad ottenere pensioni e rendite che non meriterebbe in qualsiasi economia libera grazie all’ euro. La BCE è diventata la vera vestale dell’azzardo: comperate tutte le obbligazioni spazzatura che volete, titoli di stato di paesi dal debito sempre maggiore come l’Italia tanto alla fine paga tutto la BCE. Perché si dovrebbe investire con una tassazione soffocante, in un paese sempre più permeato da diffidenza verso i valori dell’impresa quando un tasso reale di prim’ordine è garantito senza rischi e quasi senza tasse? Per le banche, le nuove regole hanno fatto sì che dare i soldi alle imprese fosse assurdo quando si poteva guadagnare senza rischio con i titoli di stato. Quando mai in Calabria, dalla quale si esporta quasi nulla, si sarebbe potuto sperare di avere pensioni in una valuta buona quanto il marco tedesco?».

In cambio dell’euro-marco, l’Italia deve però eseguire gli ordini della burocrazia europea, che sembra spesso peggiore della nostra. Non è un prezzo molto alto anche questo?
«In Italia la burocrazia è un problema perché i cittadini hanno un rapporto complessivamente sleale con lo Stato e ciò comporta una diffidenza reciproca da cui derivano controlli e procedimenti senza fine. Detto questo, non si può negare che l’Europa ha peggiorato di molto la situazione: un profluvio continuo di regole sulle materie più insignificanti che comportano costi di applicazione enormi e, di fatto, favoriscono le grandi imprese a scapito delle piccole. Pensare poi che gli eredi della tradizione burocratica prussiana applicheranno le regole allo stesso modo degli eredi di quella borbonica, è un po’ azzardato. La politica è debole e burocrati e magistrati non rinunciano a legiferare surrettiziamente rendendo la certezza del diritto un sogno.  Negli ultimi anni ai vertici sia della burocrazia, soprattutto di quella economica, sia della magistratura, vi sono stati molti che a ciò hanno aggiunto i valori – per me: disvalori – del Sessantotto. Pronti a portare un tocco della loro superiore moralità a qualsiasi questione di cui si occupino, così che il diritto e la morale sono spesso pericolosamente confusi. È tutta gente che è uscita dalle università nei violenti  anni Settanta.  L’idea di fondo è che chi è ricco ha rubato – e questa è un’idea vecchia – ma soprattutto che l’impresa non genera benessere ma inquinamento, evasione, privilegio, sfruttamento. Chiunque legga qualche sentenza o qualche verbale tra quelli più articolati può capire bene cosa voglio dire: nessuno di questi vede nell’impresa una comunità, nessuno di loro si commuove nel vedere i prodotti di un’impresa italiana primeggiare nel mondo; nessuno pensa che con il ricavato di quei prodotti si sono pagati ospedali e scuole».

Ci sono soluzioni o è meglio scappare a Malta?
«Non credo ne usciremo a breve. Quel blocco di interessi è troppo forte, ha i soldi della BCE ed è largamente maggioritario nella classe burocratica e nei vertici della magistratura. Le rappresentanze dei produttori sono spesso schierate con gli ipocriti e ottimisti di maniera e quindi anch’esse complici. I produttori veri si difendono come  possono, andando altrove o smettendo di lavorare o con artifici tanto deprecabili quanto pericolosi. Se i tedeschi vorranno farsi carico di mantenere l’Europa mediterranea vorrà dire che questo grande blocco avrà trionfato. Se invece tornerà il problema di guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, il  sistema imploderà ed allora quel che resta dei produttori prenderà nuovamente il sopravvento. Purtroppo la Merkel non è Adenauer e quindi credo che quel che ci aspetta sia una via di mezzo, una agonia eterodiretta come quella che si è imposta alla Grecia, solo a un ritmo più rallentato: ridotta a un paese di disperati appunto in cui di mese in mese si cambiano le previsioni di piani sempre più assurdi, in cui i produttori progressivamente scompaiono per necrosi, per fuga, per genocidio culturale».